

Gente del Nord
C’è gente che nasce dalla profondità della terra...

C’è gente che nasce dalla profondità della terra
e gente che impara a custodire il proprio cuore
nel gelo del Nord.
Portano nel petto un mare inquieto,
la segreta nostalgia di tuffarsi nelle onde
senza difese,
senza misura,
con tutto l’ardore delle viscere.
Eppure trattengono ogni cosa,
come la montagna trattiene il ghiaccio
nelle sue vene più remote:
non lasciano andare nulla,
nemmeno ciò che fa male.
Si raccolgono nel chiarore della luna,
e volgono le spalle al sole,
a quella luce insolente
che vorrebbe spalancare le tende
delle loro case ancora chiuse
sotto la neve e il gelo.
Eppure la gente del Nord
non conosce sonno
se prima non ha acceso un cero
per chi è partito oltre il confine del tempo,
per chi se n’è andato
lasciando nell’aria il profumo
di una presenza che non vuole morire.
C’è gente del Nord che piange
davanti a una fotografia ingiallita,
custode fragile di giorni lontani,
di volti che il tempo ha scolorito
senza riuscire a cancellare.
E guarda quella fotografia
come si guarda una terra perduta:
chiedendosi dove sia finita,
in quale piega degli anni,
in quale angolo dell’eternità.
Ma il freddo, quando giunge così a fondo,
non congela.
Solidifica.
Rende più saldi i valori,
indurisce il dolore
finché persino le ferite,
invece di sanguinare,
diventano sentieri
che conducono al cuore.
È allora che la voce della gente del Nord
si fa più profonda,
più umana,
e apre uno spazio alla luce.
E applaude il sole,
il calore,
l’immensa promessa dei mari del Sud.
Perché esiste una gente del Nord
capace di scaldare il ghiaccio,
di accogliere il sole senza paura,
di lasciare che la neve, finalmente,
si arrenda al tepore.
E quando la neve si scioglie,
non porta via le ferite.
Le trasforma.
Le fa diventare acqua,
poi linfa,
poi germoglio.
E là dove un tempo abitava il dolore,
nascono boccioli.
Forse è questo il miracolo
della gente del Nord:
non dimenticare il gelo,
ma imparare a fiorire proprio dentro di esso.
E io, oggi,
raccolgo quei fiori uno a uno,
con le mani ancora tremanti,
e li depongo nelle tue mani.
Te li dono.
Perché sono nati dal freddo,
ma hanno imparato la luce.
E forse, in fondo,
sono la parte più vera di me
che io abbia mai saputo offrirti.
