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Il fiore che non mi hai preso: il lavoro emotivo che ti riporta a te.

Il fiore che non mi hai preso - Poesia di mia mano -


Avvolta in un velo di luce sottile,

sfioro un bocciolo tra le mani,

tu amore mio crudele e cieco,

resti accanto, ignaro,

mentre la tenerezza che emano

si posa come rugiada sul tuo cuore.


In quel momento, ogni respiro è beatitudine,

ogni sorriso un universo sospeso,

ogni gesto mio, piccolo miracolo,

ricordo di quanto la bellezza possa fiorire

nell’intimità silenziosa di due anime vicine.


Tu non vedi, non senti: la grazia del mio amore è lì,

davanti a te, e io già custodisco la luce del nostro attimo,

sapendo che la mia presenza è dono

che solo chi sa accogliere riconosce.

Ora, guarite le mie ferite,

mi desto altrove, leggera come luce che scivola sul mondo

e tu mi cerchi come la bocca cerca il respiro,

troppo tardi per trattenere tenerezza, beatitudine, perfezione

di quel momento che non hai saputo nutrire.

Io cammino verso la luce che sa vedere,

verso la vita che celebra gli occhi miei belli

nella sua infinita dolcezza, inesorabile, irripetibile,

sospesa come gemma nel silenzio dell’eternità.


Lasciare andare non è perdere.

È smettere di trattenere ciò che non può più fiorire.

È uno dei gesti più profondi e difficili dell’anima, perché non riguarda l’altro, riguarda noi.

Riguarda il punto esatto in cui smettiamo di aggrapparci a ciò che avrebbe potuto essere, alle versioni immaginate, ai finali che avevamo scritto dentro.

Riguarda il coraggio di restare nel presente, nudi, senza illusioni, e dire: questo, così com’è, non mi nutre più.

Nella mindfulness, lasciare andare è un atto di presenza radicale.

Non è fuga, non è indifferenza. È vedere con lucidità, senza aggiungere, senza trattenere, senza resistere.

È accorgersi che il dolore non nasce solo da ciò che accade, ma da quanto stringiamo ciò che sta già andando via.

E allora, piano, si impara. Si impara a sciogliere la presa. A non inseguire chi non sa restare. A non chiedere amore dove c’è assenza. A non tradire se stessi per restare in una storia che non ci vede.

Lasciare andare è un ritorno. Un ritorno a sé.

È il momento in cui smetti di cercarti negli occhi di qualcuno e inizi finalmente a riconoscerti nei tuoi.

È lì che qualcosa si riallinea: non attiri più per bisogno, ma per risonanza.

Non ami per mancanza, ma per pienezza.

E sì, a volte lasciare andare fa male. Fa male come tutte le verità che rompono un’illusione.

Ma è un dolore che apre, non che chiude.

Un dolore che libera spazio, respiro, possibilità.

Perché ciò che è davvero destinato a te non ha bisogno di essere trattenuto con la forza.

Resta.

E ciò che non resta, non era casa.

Ma lasciare andare non è qualcosa che si impara da soli in un istante.

È un processo. È un allenamento emotivo, profondo, continuo.

Le emozioni non sono il problema. Sono il linguaggio.

Ogni emozione che provi è un messaggio preciso: ti parla di ciò che desideri, di ciò che temi, di dove ti stai tradendo e di dove, invece, sei allineato.

Il punto è che, se non sai ascoltarle, finisci per subirle.

E quando le subisci, diventano ostacolo: ti bloccano, ti confondono, ti fanno restare fermo proprio davanti a ciò che desideri di più.

Ecco perché, quando senti il richiamo verso un nuovo obiettivo, una nuova vita, una versione più vera di te, non basta la volontà.

Serve consapevolezza emotiva.


Un percorso di emotional coaching diventa fondamentale proprio qui.

Perché ti insegna a decodificare ciò che senti, a non sabotarti quando hai paura di cambiare, a riconoscere le dinamiche che ti tengono legato al passato anche quando desideri andare oltre.

Ti aiuta a trasformare l’ansia in direzione, la paura in informazione, il dolore in movimento.

Ti allena a restare centrato mentre cresci.

Perché crescere non è comodo. E senza strumenti emotivi, spesso si torna indietro.

Ma quando impari a stare con ciò che provi, quando smetti di scappare e inizi ad ascoltare, accade qualcosa di potente:

non sei più in balia della vita, diventi parte attiva della tua evoluzione.

E allora lasciare andare non è più solo chi o cosa non ti sceglie, ma anche la versione di te che non ti rappresenta più.

Per fare spazio a ciò che vuoi davvero diventare.

Perché la verità è questa: non raggiungi nuovi obiettivi finché resti la stessa persona che aveva paura di provarci.


E il lavoro di coaching emotivo è il ponte tra dove sei e dove senti di poter arrivare.

Lasciare andare, sentire, trasformare.

È così che si cambia vita.

 
 
 

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CONTATTI

Ester Brugna 

Emotional Coach

 

+39 347 057 9290

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