Il potere del silenzio interiore
- esterbrugnacoach
- 5 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Vorrei che il mondo tacesse - poesia di mia mano
Vorrei che il mondo tacesse
quando piove.
Ascolterei la danza del tempo che muore.
- Riga la terra il pianto del Signore -
Spalancherei la porta del cuore.
Starei zitta senza respirare,
la luna a onorare.
Si specchian fiori sparsi fra i pendii.
Il giorno alterna risa e ombre stanche
del ricordo delle mani tue bianche.
Voci e ombre scomparse,
nel cuore restano memorie sparse.
Vibra il silenzio sotto le foglie.
Calpesto l’aria che ho già respirato.
Vorrei che il mondo tacesse il suo tormento
e parlasse finalmente
solo di ciò che sento.

Ci sono momenti in cui non abbiamo bisogno di capire nulla.
Non abbiamo bisogno di spiegare ciò che sentiamo, né di trovare una forma ordinata ai nostri pensieri. A volte, ciò che serve davvero è soltanto sottrarsi al rumore.
Non per fuggire. Ma per tornare.
Perché il rumore non è solo fuori di noi. Il rumore vive anche dentro di noi.
È fatto di pensieri che si rincorrono senza tregua, di domande che non trovano risposta, di immagini interiori che si accendono e si spengono senza sosta. È un flusso continuo che, a lungo andare, ci allontana dalla nostra presenza più autentica.
E così accade qualcosa di sottile: smettiamo di abitare noi stessi.
Il mondo diventa troppo pieno. Pieno di voci che non ci appartengono, di aspettative che assorbiamo senza accorgercene, di richieste che non abbiamo scelto davvero. E piano piano iniziamo a perderci in tutto ciò che ci attraversa.
Fino a non distinguere più la nostra voce da quella del mondo.
E da quella, ancora più silenziosa e profonda, dei nostri stessi pensieri.
Quando questo accade, non è più soltanto il mondo a parlare. Siamo noi a non riuscire più ad ascoltarci.
Eppure esiste un luogo, sempre disponibile e sempre presente, che non si è mai mosso da lì.
Non è un luogo geografico.
Non è un tempo preciso. Non è qualcosa che si raggiunge andando altrove.
È uno spazio interiore.
Un punto sottilissimo in cui tutto rallenta, in cui il pensiero smette di correre e il cuore smette di difendersi.
In quel punto, finalmente, si torna.
La pioggia conosce questo linguaggio meglio di noi.
Non ha bisogno di spiegare ciò che fa. Non ha bisogno di trattenere nulla. Non ha bisogno di resistere a ciò che è.
Cade.
E nel suo cadere ci insegna una delle forme più profonde di libertà: lasciar andare senza sparire, fluire senza perdersi, esistere senza controllare tutto.
Quando la osserviamo davvero, la pioggia diventa una presenza che calma e che apre. Non cancella il mondo, ma lo rende più vero. Più essenziale.
E dentro di noi qualcosa si allinea a quel ritmo.
Ci sono emozioni e stati d'animo che, come la pioggia, arrivano senza chiedere permesso. Nostalgia, malinconia, gratitudine, amore, perdita, desiderio. Tutto ciò che abbiamo vissuto continua a vivere in qualche forma dentro di noi.
Non come peso. Ma come traccia.
E queste tracce abitano stanze interiori che raramente visitiamo. Stanze piene di parole non dette, di gesti trattenuti, di silenzi che abbiamo imparato a ignorare per continuare a funzionare.
Ma il silenzio non è mai vuoto.
Il silenzio è pieno di verità che aspettano il momento giusto per essere ascoltate.
E quando finalmente smettiamo di resistere a ciò che sentiamo, qualcosa cambia profondamente.
Non perché il passato scompaia. Non perché il dolore si cancelli. Ma perché smette di essere separato da noi.
Diventa parte della nostra storia. Diventa comprensione. Diventa consapevolezza.
E in quella consapevolezza, il peso si trasforma.
Non sparisce: si trasforma.
In presenza. In radicamento. In verità.
Il silenzio, allora, non è più assenza.
È spazio.
È lo spazio in cui possiamo finalmente riconoscerci senza dover essere diversi da ciò che siamo.
Forse non siamo chiamati a diventare altro. Forse siamo chiamati a tornare.
A ciò che è sempre stato lì, sotto il rumore, sotto i pensieri, sotto le paure.
A ciò che respira ancora anche quando noi dimentichiamo di farlo.
Perché, nel fondo più silenzioso di noi stessi, non c’è mai stata separazione.
C’è sempre stata presenza.
Solo che spesso era coperta dal rumore.
Esercizio di Emotional Coaching
Il ritorno al silenzio vivo
Siediti in un luogo dove non devi rispondere a nulla. Dove per qualche minuto non esiste niente da risolvere.
Chiudi gli occhi e lascia che il respiro trovi il suo ritmo naturale, senza forzarlo.
Poi porta dentro di te una sola domanda, lenta e semplice:
“Se il mondo tacesse — anche il rumore dei miei pensieri — cosa resterebbe di me in questo momento?”
Non cercare una risposta immediata. Non cercare una risposta giusta. Lascia che la domanda lavori dentro di te come una presenza silenziosa.
Qualunque cosa emerga va bene. Una parola, un’immagine, una sensazione, un ricordo, o anche soltanto un vuoto.
Tutto ha lo stesso valore.
Quando hai finito, non chiudere subito.
Resta ancora qualche istante.
Perché spesso la risposta non è nelle parole scritte, ma nello spazio che si apre dopo averle lasciate emergere.
E in quello spazio, molto spesso, ci si riconosce.




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