Quando il dito punta fuori e l'anima chiama dentro
- esterbrugnacoach
- 18 giu
- Tempo di lettura: 4 min
MISERABILE - Poesia di mia mano
Miserabile sono io
quando mi addentro nel giudizio
di ciò che non sei tu
e mi perdo, presuntuoso,
nell'accusare
ciò che di malvagio c'è in te.
Con la cieca arroganza
di chi si crede salvo,
punto il dito
senza vedere
da dove nasce il gesto.
Non mi accorgo
che sono io
una parte non desta di te,
un frammento smarrito
che rifiuta il proprio volto.
Miserabile
nella voce silente
che finge con ironia,
che sussurra divisione
dove non esiste frattura
e mi convince ancora
della più antica menzogna:
che io e te
siamo due.

La più antica menzogna
Esiste una forma di cecità che non riguarda gli occhi, ma lo sguardo interiore. È quella che ci attraversa ogni volta che crediamo di sapere chi è l'altro. Quando lo osserviamo attraverso il filtro delle nostre convinzioni, delle nostre aspettative e delle nostre ferite, smettiamo di incontrarlo davvero e iniziamo a relazionarci con l'immagine che ci siamo costruiti di lui.
Da quello spazio nasce il giudizio.
Un gesto tanto comune quanto insidioso. Perché il giudizio ci offre l'illusione della chiarezza, mentre in realtà restringe il nostro sguardo. Ci fa sentire dalla parte giusta, ci regala per un istante la sensazione di essere più consapevoli, più corretti, persino migliori. Ma il prezzo che paghiamo è alto: perdiamo la possibilità di comprendere.
La poesia che apre questa riflessione ci conduce proprio lì, nel punto in cui il dito puntato verso l'esterno smette di indicare l'altro e inizia a rivelare qualcosa di noi.
Ogni volta che una persona suscita in noi una reazione intensa, vale la pena fermarsi e osservare. Non per negare ciò che vediamo o per giustificare qualsiasi comportamento, ma per domandarci quale esperienza stia nascendo dentro di noi. Perché spesso ciò che ci provoca non è soltanto ciò che l'altro fa, ma il significato che noi attribuiamo a ciò che fa.
Nel percorso di coaching, il lavoro di auto-osservazione diventa uno strumento fondamentale per chi desidera vivere con maggiore consapevolezza, migliorare la qualità delle proprie relazioni e raggiungere i propri obiettivi senza essere guidato inconsapevolmente da schemi automatici.
È in questo spazio di osservazione che emergono tre personaggi interiori presenti, in misura diversa, dentro ciascuno di noi: il Giudice, il Salvatore e la Vittima.
Il Giudice critica, confronta, pretende. È convinto di sapere come gli altri dovrebbero essere e come la vita dovrebbe comportarsi. Il Salvatore cerca continuamente di aiutare, correggere, sistemare ciò che ritiene sbagliato, spesso dimenticando che ogni persona possiede risorse che attendono solo di essere riconosciute. La Vittima, invece, si percepisce ostaggio delle circostanze e finisce per consegnare il proprio potere agli eventi, alle persone o alle condizioni esterne.
Questi personaggi non sono nemici da combattere. Non rappresentano qualcosa che deve essere eliminato. Diventano limitanti soltanto quando smettiamo di osservarli e iniziamo a identificarci con loro.
Quando il Giudice parla attraverso di noi, perdiamo la curiosità.
Quando il Salvatore prende il controllo, perdiamo la fiducia.
Quando la Vittima guida le nostre scelte, perdiamo il contatto con la nostra capacità di creare cambiamento.
La poesia parla di una voce silente che sussurra divisione. È una voce sottile, elegante, quasi impercettibile. Ci convince che il problema sia sempre fuori da noi. Ci persuade che esista una distanza tra chi osserva e chi è osservato, tra chi ha ragione e chi sbaglia, tra chi insegna e chi deve imparare.
Ma forse la più antica menzogna è proprio questa.
La convinzione di essere separati.
Separati dagli altri.
Separati dalla vita.
Separati persino da quelle parti di noi che chiedono semplicemente di essere riconosciute.
Quando iniziamo a osservare il mondo da questa prospettiva, qualcosa cambia. Le persone che prima apparivano come ostacoli diventano occasioni di crescita. I conflitti smettono di essere soltanto problemi e iniziano a trasformarsi in possibilità di apprendimento. Le relazioni diventano specchi che riflettono non ciò che ci manca, ma ciò che siamo chiamati a sviluppare.
Forse quella persona che oggi giudichi ti sta insegnando la pazienza.
Forse ti sta mostrando il valore di un confine più chiaro.
Forse ti sta invitando a sviluppare assertività, fiducia o capacità di lasciar andare il controllo.
Il coaching non cerca ciò che è rotto. Cerca ciò che può essere liberato. Non si concentra sui limiti, ma sulle risorse. Non domanda soltanto "che cosa sta accadendo?", ma soprattutto "chi stai diventando attraverso questa esperienza?".
E allora il giudizio perde lentamente la sua presa.
Non perché l'altro cambi.
Ma perché cambia il nostro modo di guardare.
E quando lo sguardo cambia, spesso cambia anche la realtà che abitiamo.
Esercizio: lo specchio nascosto
Pensa a una persona che in questo momento ti provoca una reazione emotiva intensa. Può essere qualcuno che giudichi, che ti irrita, che non riesci a comprendere o che sembra mettere continuamente alla prova la tua pazienza.
Prendi un foglio e scrivi il suo nome.
Ora completa questa frase:
"Ciò che più mi infastidisce di questa persona è..."
Lascia che le parole escano liberamente.
Quando hai terminato, rileggi ciò che hai scritto e poniti una domanda diversa da quelle che normalmente ti faresti:
"Se questa persona fosse uno specchio, che cosa mi starebbe mostrando?"
Non cercare subito una risposta.
Rimani in ascolto.
Forse ti sta mostrando una qualità che hai bisogno di sviluppare.
Forse un confine che non stai esprimendo.
Forse una forza che non stai utilizzando.
Forse una parte di te che chiede maggiore attenzione e presenza.
Ora chiediti:
"Quale risorsa interiore sono invitato a coltivare attraverso questo incontro?"
Scrivi la prima parola che emerge.
Coraggio.
Pazienza.
Fiducia.
Assertività.
Accettazione.
Autenticità.
Infine completa questa frase:
"La vita, attraverso questa persona, mi sta allenando a..."
Rileggi lentamente ciò che hai scritto.
A volte le persone che ci creano maggiore disagio non arrivano per ostacolare il nostro cammino.
Arrivano per illuminarlo.
Perché ogni specchio può mostrare qualcosa che non avevamo ancora visto.
E ogni giudizio, se osservato con consapevolezza, può trasformarsi in una porta verso una versione più libera e autentica di noi stessi.




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